Il private equity è una forma di investimento che prevede l’acquisizione di partecipazioni in società non quotate in borsa, con l’obiettivo di sostenerne la crescita, la trasformazione o il risanamento, per poi realizzare un profitto al momento della successiva cessione.
Le principali caratteristiche sono:
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Investimento in società non quotate
Il private equity si concentra su imprese fuori dai mercati regolamentati: startup, aziende in espansione, realtà mature che necessitano di sviluppo o società in difficoltà da ristrutturare -
Orizzonte temporale medio-lungo
Gli investimenti hanno una durata tipica di 5-10 anni, durante i quali l’investitore lavora attivamente per incrementare il valore dell’azienda. -
Illiquidità
Il capitale investito rimane vincolato per tutta la durata dell’operazione, rendendo il private equity una asset class poco liquida: non è semplice disinvestire prima della scadenza. -
Alto rischio e alto potenziale di rendimento
Gli investimenti in private equity sono considerati rischiosi, poiché il successo dipende dalla capacità dell’azienda di crescere e generare valore. Tuttavia, in caso di esito positivo, i rendimenti possono essere molto elevati. -
Coinvolgimento attivo dell’investitore
L’investitore di private equity non si limita ad apportare capitale, ma partecipa attivamente alle decisioni strategiche dell’azienda, contribuendo con competenze manageriali, consulenza e supporto operativo. -
Obiettivo di valorizzazione e disinvestimento
La finalità è aumentare il valore dell’impresa e uscire dall’investimento tramite IPO, vendita a terzi o riacquisto da parte dei soci originari.
Struttura degli investimenti
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Fondi di private equity
Gli investimenti vengono generalmente effettuati tramite fondi specializzati, gestiti da team di professionisti (General Partner) che raccolgono capitali da investitori istituzionali e privati qualificati. -
Diversificazione
I fondi investono in un portafoglio di società (di solito 10-30), con l’obiettivo di bilanciare i rischi e massimizzare i rendimenti complessivi. -
Due diligence approfondita
Prima di effettuare l’investimento, viene condotta un’analisi dettagliata (due diligence) per valutare le potenzialità, i rischi e la solidità dell’azienda target.
Quanto rendono? Attenzione al TIR!
I fondi di private equity spesso dichiarano un Tasso Interno di Rendimento (TIR o IRR) molto elevato grazie a caratteristiche specifiche del calcolo e a certi "trucchi" legati alla gestione dei flussi di cassa:
- Tempistica dei flussi di cassa: L’IRR considera non solo l’ammontare dei guadagni, ma anche quando vengono incassati. Se il fondo restituisce rapidamente parte del capitale agli investitori, il TIR aumenta, anche se il guadagno totale non è particolarmente elevato.
- Ritardo nei richiami di capitale: Posticipare le capital call fa sembrare che il capitale sia stato investito per meno tempo, aumentando artificialmente il TIR.
- Restituzione e nuovo richiamo di capitale: Alcuni fondi restituiscono parte del capitale agli investitori e poi lo richiedono di nuovo. Questo “gioco” sulle tempistiche dei flussi di cassa può gonfiare il TIR senza migliorare il rendimento effettivo.
- Non confrontabilità con altri indicatori: L’IRR non è direttamente confrontabile con il rendimento annuo composto (CAGR) di strumenti come ETF, perché considera la tempistica dei flussi di cassa, mentre l’ETF presuppone che il capitale sia investito tutto dall’inizio e rimanga investito per tutto il periodo.
Attenzione!!
I consulenti finanziari non indipendenti spesso propongono fondi di private equity evidenziando Tassi Interni di Rendimento (TIR o IRR) molto elevati.
Ma un IRR alto non significa necessariamente un guadagno superiore rispetto a strumenti tradizionali come gli ETF. È fondamentale considerare anche il MOIC (Multiple on Invested Capital) e non solo il TIR
Esempio di un investimento di 1 milione per 10 anni confrontando il rendimento di un fondo di private equity (TIR) con il rendimento annuo di un ETF:
- nel fondo di private equity viene restituito metà dell'investimento dopo 2 anni e il resto dopo 10 anni: il TIR sarà pari al 15,1% con un capitale finale di 2 milioni;
- nell'ETF, con un rendimento annuo analogo (del 15,1%), ottengo un capitale finale di 3,1 milioni.
Cosa succede?
- Il fondo di private equity, grazie alla restituzione anticipata di parte del capitale, dichiara un IRR del 15,1%.
- L’ETF, con lo stesso tasso annuo composto, genera un guadagno finale molto più alto, perché il capitale resta investito e cresce grazie all’interesse composto.
Il “trucco” del TIR sta nella gestione dei flussi di cassa e nelle modalità di calcolo, che possono gonfiare la percentuale senza riflettere il reale guadagno totale.
Il rendimento annuo composto di un ETF è più trasparente e rappresenta la crescita effettiva del capitale nel tempo.
Dunque, non confrontare mai direttamente l'IRR di un fondo con il rendimento annuo di un ETF senza analizzare come sono stati calcolati e quali sono i flussi di cassa effettivi.
Purtroppo, molto spesso, i fondi di private equity dichiarano TIR molto elevati senza svelare completamente i rischi nascosti principalmente grazie a:
- Valutazioni poco trasparenti e soggettive degli asset: spesso i valori delle società in portafoglio non si basano su prezzi di mercato reali, ma su stime interne o consulenze private, che possono essere ottimistiche e ritardare la svalutazione degli asset in periodi di crisi.
- Blocco del capitale e illiquidità: il denaro degli investitori è vincolato per molti anni (anche 10 o più), il che consente ai gestori di evitare vendite a prezzi bassi e di posticipare la realizzazione delle perdite, mantenendo alto il valore apparente del fondo.
- Conflitti di interesse e commissioni elevate: i gestori hanno incentivi economici a mantenere alto il valore dichiarato per giustificare commissioni di gestione e di performance, spesso a scapito della trasparenza e dell’interesse degli investitori.
- Operazioni di trasferimento interno degli asset: l’uso di “fondi di continuazione” o la vendita di società da un fondo a un altro gestito dagli stessi operatori può creare un effetto di “riciclo” degli asset, nascondendo perdite e gonfiando il TIR.
- Rischio di liquidità e mancanza di mercato secondario: la difficoltà di uscire dall’investimento senza perdite è spesso sottovalutata o poco comunicata, facendo sembrare il private equity più solido e redditizio di quanto sia in realtà.
- Mancata armonizzazione e regolamentazione limitata: la normativa sui fondi di private equity è meno stringente rispetto ai fondi tradizionali, con minori obblighi di trasparenza e controllo, lasciando spazio a valutazioni e comunicazioni poco chiare.
Fondi di fondi di private equity
Considerato tutti i rischi visti in precedenza pare opportuno quantomeno diversificare il rischio investendo in un fondo di fondi di private equity, così da distribuire il capitale su molti fondi e aziende diverse.
Tuttavia, questa diversificazione ha un costo significativo:
- Commissioni di gestione annue medie: 2,0% - 2,5% annuo sul capitale investito.
- Commissione d’ingresso media: circa 1%.
- Commissioni di performance (carried interest): mediamente intorno al 15% sui profitti realizzati.
- Costi indiretti e spese operative: 0,3% - 0,5% annuo.
In pratica, l'impatto sui costi in 8 anni su un investimento ipotetico di 10.000 euro finisce per essere tra i 1.940 e i 2.500, senza considerare le commissioni di performance.
Al confronto, un ETF azionario ha tipicamente un costo totale annuo (TER) compreso tra lo 0,2% e lo 0,5%, che, su 8 anni per un investimento di 10.000 euro, potrebbe costare tra 160 e 400 euro in totale, molto meno rispetto a un fondo di fondi di private equity.
I fondi di fondi offrono diversificazione e accesso a investimenti esclusivi, ma a costi molto elevati che possono erodere oltre il 20-25% del capitale in 8 anni.
Gli ETF restano un’alternativa più economica, liquida e trasparente.